2020 corpi insoliti

E’ un atto di amore e di fede nel teatro e nell’uomo.
Maggiore la distanza tra gli ostacoli delle contingenze quotidiane e ciò che vorremmo, maggiore può essere, se lo si vuole, la capacità di conquistare una nuova dimensione in cui realizzare, in modo nuovo, ciò che sentiamo necessario.
Nèon ha considerato necessità realizzare ad oltranza il laboratorio teatrale integrato di “Corpi Insoliti”, attraverso l’unico mezzo possibile, l’incontro su piattaforma on line.
Un lancio di alta acrobazia nel vuoto, un vuoto però riempito da grandi capacità messe in campo e da grande gioia del Vivere.
Le azioni che vedrete si svolgono in un palcoscenico plurimo -le stanze in cui gli attori vivono- in collegamento con la regista, Monica Felloni, e con gli altri attori.
Ciò che vedrete degli attori è la loro risposta, il loro divenire Corpo-Parola sugli inviti e suggestioni creati ad arte dalla regista sul filo conduttore di un racconto di Josè Saramago.
Quei visi che vedrete, ora intensi e concentrati, ora gioiosi e ridenti, sono manifestazione di quella reale e profonda connessione che ha dissolto ogni distanza fisica tra i corpi.
Ed ecco lo Spettacolo costruito per immagini, “il primo spettacolo di carta”.
Un Atto Unico.
Si alzi per voi il sipario!
Eletta Massimino

NOTA DI CHIARA TINNIRELLO

Questi mesi di di pandemia da Covid-19 sono inediti per la nostra epoca, ci spingono a colmare il dislivello fra la realtà consueta e l’abnormità della nuova condizione di vita. Tale sproporzione diviene sperimentale, ci forza infatti a reinventa re il nostro quotidiano, la maniera di stare insieme ed eseguire i rituali politici e culturali che ci caratterizzano. Il teatro rappre senta un terreno di esperimento del tutto particolare poiché convoca a sé la presenza fisica dei corpi di attori e spettatori per esistere. Il laboratorio di Néon Corpi Insoliti di quest’anno, tenutosi integralmente in rete, è l’efficace raffigurazione di questa speri mentazione liminare del teatro. Prima di scriverne, ho potuto prendere parte al lavoro diret to da Monica Felloni insieme alla mia bambina; come me, altri attori hanno partecipato dai luoghi più disparati attraverso un computer. Il lockdown ci ha concesso l’avvicinamento alla località comune nella quale gli altri partecipanti e la regista, anch’essi confinati intra muros, si sono radunati per operare insieme. La prossimità tra gli attori sulla scena è stata efficace mente generata dallo strumento tecnologico che ha ospitato gli incontri, l’ormai celebre Zoom. La presenza dello schermo con le sue caratteristiche finestre ha contribuito alla creazione di un Super-teatro nel quale ognuno opera e osserva, guarda ed è guardato, agisce ed è agito dal proprio spazio quotidiano che si modifica e al contempo lo modifica osmoticamente. Se generalmente la differenza umana è consustanziale al te atro- a maggior ragione al teatro di Néon che di questa varietà ha fatto il suo perno artistico e la sua ragione poetica- in Corpi Insoliti la coralità attoriale si è reduplicata in una miriade di luoghi con una folla festante di partecipanti e un cozzo di oggetti familiari divenuti utensili di scena e magici perni per l’azione teatrale- lo racconta magistralmente Egle Zapparata nel suo contributo testuale. Le immagini che costituiscono il cuore di questo volume permettono di cogliere immediatamente il valore aggiunto costituito dall’invasione dello spazio quotidiano nello spazio teatrale, dall’emersione della novità nell’usuale. Le potenti fotografie di Eletta Massimino sono il correlato visivo dello spettacolo, si offrono quali scene calcificate in 2020: Corpi Insoliti | 9 forma dell’agire teatrale multiforme. Grazie a queste immagini ognuno dei partrecipanti viene restituito al proprio corpo che si realizza in uno spazio facendosene soggettiva: La casa è il tempio dell’azione teatrale, I familiari gli oranti, adoranti spet tatori pronti a lasciarsi invadere dalla scena. Basterà guardare le foto di Eletta ricordandosi che si sta assistendo allo spettacolo, avviando lo stesso raccoglimento rituale che prelude alla sorpresa della scena per immergersi in questa insolita vicenda teatrale. Il lavoro di Néon con le sue modalità marcatamente corpo ree, innestate sulla scoperta reciproca di differenti esistenze- si trova qui dinanzi a una sfida inedita, lo si è detto a più ripre se; in qualche maniera il teatro è posto entro un processo di trasmutazione che fa dei corpi sulla scena reti e dello spazio scenico uno spazio mutante (preferisco il termine “reticolo” al più immediato “virtuale” poiché non ravviso alcuna modalità disincarnata nello spazio teatrale costituito da luoghi concreti e corpi veri) . La scena non è qui disincarnata bensì co-agente e co-reagente all’azione teatrale. Ritengo che Néon abbia dimostrato di non avere necessità di uno spazio fisico diverso dal corpo dell’attore e dal desi derio di quest’ultimo di evocare ciò che la voce della regista invoca, sussurra, istilla. Lo spettacolo “in rete” ha generato un’opera del tutto particolare fatta di suoni, parole, gesti, immagini innestati sul perno rappresentato dalla voce guida della regista, Monica, la quale ha sempre tessuto con mano sicura su una tela visionaria (si legga il bel contributo di Marta Santuccio che ne disvela in parte il “meccanismo”). Lo spettacolo contiene alcuni testi di Saramago recitati dalla regista, l’uno evocante uno scultore, l’altro una bambina in bilico sulla sua altalena planante sul mondo; questi testi, oltre ad offrire continuità all’ispirazione degli attori rappresentano la forma dello spettacolo. Il processo del forgiare da parte dell’artista connesso all’equilibrio maestoso del volo della bambina sono emblematici di questo lavoro teatrale etereo e fisico, umbratile e materico – ove lo scultore è di fatto una figura platonica, un riunificatore di corpo e idea, materia e soffio e la bambina una sua scultura animata. Dopo aver partecipato insieme ad altri attori molto più esperti di me a questo esperimento magico di confinamento f isico e di sconfinamento immaginale, credo di poter affermare che fuori dallo spazio del teatro il lavoro di Néon si sia poten ziato. Se la magia della scena si attiva da sempre attraverso la presenza dell’attore generata dalla fisicità, essa richiede tuttavia la dissociazione di ogni singolo dall’altro che si staglia come unità conchiusa anteriore a quell’essere-insieme nel quale consiste lo spettacolo. Questa dissociazione scatena l’incontro, il suo motore è il desiderio. In scena accade tutto questo e si ripete soltanto se ognuno esegue la propria forma racco gliendosi come grumo potente di energia desiderante; nello starsi accanto che ne segue vige la perfezione dello spettacolo e l’effetto magico destato nello spettatore. La concentrazione è in questo senso la cifra del teatro, il desiderio di incontrare l’altro ne è il correlato. In definitiva, il confinamento pandemico opera da accelera tore del fare teatro offrendo all’attore l’opportunità di speri mentare in maniera rafforzata la tensione tra raccoglimento e dispersione, compiutezza e varco, chiusura ed incontro. La distanza in questo caso accresce l’avvicinamento, il desiderio di starsi accanto rafforza il caleidoscopio della scena sprigionando voci, figure, immagini, spazi, fluttuazioni che questo volume, primo spettacolo di carta di Néon (e non solo suo), dischiude.

Chiara Tinnirello 

“Noi pochi, felicemente pochi, un manipolo di fratelli”

Poi verranno giorni diversi in cui parleremo con distacco di questo strano tempo, di queste stagioni durante le quali, e per troppi mesi, abbiamo guardato con timore il sorgere del nuovo giorno e, magari, abbiamo contemplato con preoccupazione il calare della luce.
Ritorneremo, allora, sul ricordo delle testimonianze di questi giorni che ognuno di noi ha voluto dare e che, insieme ad altri, ha saputo dare; e magari ricominceremo proprio da queste pagine che, adesso ci si appalesano come delle annotazioni, come dei preziosi appunti. Riflessioni di un momento magico, di quando il laboratorio esistenziale del Neon prendendo ancora una volta, e una volta ancora, consapevolezza delle proprie aspirazioni – cosciente di vivere una straordinaria esperienza di libertà e di condivisione -, ha saputo sfidare l’isolamento, la separazione, la distanza, il sospetto, l’inutile attesa e, risolutamente, sollevare il proprio sipario oltre ogni perplessità, ridando “cieli nuovi e mondi nuovi” alla sua gente e a coloro che aspettavano di rivedersi e riconoscersi in una “spes contra spem”.
Con geniale intuizione, ancorché dettata dalla necessità, il loro teatro si è privato dell’odeon naturale ed è tornato in strada, si è fatto domus, spazio inventato tra quattro pareti, una delle quali (lo schermo di un computer) è divenuta lo specchio, la finestra, il punto di fuga prospettico verso una nuova libertà.
Anche la fotografia è stata convocata per diventare protagonista di questa nuova avventura. Convocata perché funzionale al bisogno di documentare ed al desiderio di narrare; convocata perché funzionale alla volontà di creare una nuova scena per la rappresentazione di quelle emozioni sempre cercate, talvolta provocate, spesso sentimentalmente suggerite.
Traspare, conseguentemente, la sorpresa dei fotografi. Sorpresa per essere stati capaci di uscire da questa strana sospensione temporale. Sorpresa per aver capito che la pretesa di catturare il tempo doveva confrontarsi con la volontà di chi il tempo voleva liberarlo perché proprio da li cominciava la liberazione dell’esistenza.
Lo stimolo ed il suggerimento della regia si è fatto invito per il fotografo che ha cercato, a sua volta, il nuovo punto di vista, la visione rivelatrice. E il dialogo tra i protagonisti di questa piece, di questa vicenda, non è mai stato improvvisazione ma riepilogazione intelligente di danze, di mimi, di significazioni sceniche, maturate nel tempo ed ora riemerse con ritorni di figurazioni personali, forti, individuali, libertarie,
La fotografia dei nostri Autori ha assecondato, stupita, la nuove immagini, sospese tra la riflessione (specchio) e la rappresentazione (finestra); ne ha trovate altre per sé, ovvero la scoperta, l’agnizione di qualcosa che c’è sempre stato ma che adesso si era resa non solo trasparente ma evidente, manifestando così proprio l’orgoglio di una testimonianza teatrale laddove, paradossalmente, l’atto della visione si riprendeva il campo d’azione dispiegando tutte le sfumature di significato racchiuse tra il guardare e il vedere. Cosicché l’’attore, per il fotografo, non è mai stato strumento ma homo faber che nel farsi homo figurans ti racconta che vuole essere compagno, amico, socius del tuo occhio. Fate attenzione, quindi, all’uso delle corti focali, alle riprese ravvicinate, al coraggio di rivelare le imperfezioni più minute e nascoste, alle false prospettive, ai controcampi rubati, al recupero dell’eterno ritratto, alla volontà di racchiudere l’effimero nell’istante (inteso come verbo) dell’incontro, del contatto fisico. Un fotografare come testimonianza a favore di chi sostiene che il tempo non concede e non accetta “sospensioni”.
Occorre mettersi in gioco, in azione, stare dentro l’acting senza dimenticare che l’etimo di teatro è racchiuso nel greco thesastai e quindi in una esperienza temporale di pura, libera, contemplazione.

Pippo Pappalardo

Corpi Insoliti ricominciano a fare teatro online. Mentre cresce la nostalgia verso la folgore del contatto, ci si adatta sotto una nuova luce, ognuno dentro un suo nuovo spazio. E adesso sono così intimi i posti dove si partorisce il teatro. La visione online è fatta di finestre aperte, su corpi grandi che diventano piccoli. L’inizio è fatto di attese, l’ingresso di ogni attore è una festa. E poi si va avanti, e se la regista Monica Felloni vede la scena su un prato verdissimo, tutto si trasforma. Con NèonTeatro accade per mezzo di ciglia, di mani, di gesti aggrappati alle parole. E si può andare in un sacco di posti.
La visione di Monica oltrepassa i confini d’Italia, nonostante il coronavirus, si sincronizza online e si allarga da Catania, a Londra, passando per Eindhoven e Budapest; nessuno è escluso. Tranne chi si è autoescluso perché si è lecitamente stufato di questa socialità mediata dalle app. E chi partecipa, lo fa da ovunque si trovi. Sulla corda, sulla sedia, sulle gambe, sui palmi delle mani, sul tappeto, in giardino, sul parquet, in cucina, poco conta. Tanto poi si andrà altrove. Le dita si trasformano in pennelli che dipingono scenografie di boschi. Poi tese, le stesse dita si trasformano in corde di un’altalena in cui ci si dondola. Le labbra diventano onde del mare. Le braccia affondano nel magma di un vulcano che erutta teatro. Scorrono versi di poesia in un habitat fatto di pelle destinata a diventare, esattamente, ciò che fa parte dell’azione. Con un movimento, le membra si staccano dai pensieri. E si riscopre dolcemente il piacere di creare uno spazio che non esiste, grazie all’espressione di “Corpi Insoliti” che possono scolpire di tutto.
Forse la regista non li aveva mai visti i suoi attori da così vicino. Il pubblico improvvisamente cercato è subito intercettato: è una platea di piante, quadri, cani, padri, compagne d’appartamento. E il pubblico assiste sorpreso, senza distanziamento sociale, senza mascherina, senza filtro, alla vita di tutti giorni e al teatro di Nèon, ancora una volta come non l’avevamo mai immaginato.

Egle Zapparrata

“Un orecchio al mare!” Dice Monica. E così dal mio soggiorno, in una nazione che confina solo con terraferma per miglia e miglia, ho girato l’orecchio destro verso il mare e immediatamente ne ho sentito tutti i suoni. Io amo il mare, è il mio elemento. Sentivo le onde, lente, che si infrangono sugli scogli, il crepitare della schiuma e il suono liscio della risacca; piano piano iniziavo anche a sentire l’aria umida sulla mia pelle, il sapore del sale in bocca. Profumo di casa, sentivo il mio mare.
“Scaricare i ricordi!” Gettando la testa dall’altro lato, prima un colpo al cuore. Scaricare i ricordi, scaricare i ricordi era quello che dovevo fare, ma dal mio orecchio sinistro non usciva niente. Un blocco. Un silenzio rigato da tutti quei ricordi che si ammassavano alle porte dell’uscita ma non riuscivano a saltare giù. Perché in fondo siamo fatti così. Collezioniamo pezzi di vita, a volte dolci e vellutati come il miele, o setosi e profumati come petali di rose pregiatissime, altre volte invece sono lame taglienti o pesanti pezzi di roccia ruvida, fuoco che prima brucia ma poi diventa pietra lavica e come lava col tempo si indurisce e poi si accumula, ma dentro di te, esplosione dopo esplosione, eruzione dopo eruzione. E rimane lì dentro, bloccando tutte le uscite. Pezzi di vita che collezioniamo e che portiamo dentro, che diventano corpo, ma di rado sappiamo come ridargli la libertà che gli appartiene. Li portiamo negli occhi, in gola, sulla pelle, nello stomaco, sotto i piedi, tra le mani, nei capelli, sul cuore, in bocca, tra i denti, scorrono nelle vene e risalgono il sistema nervoso… miele e pietre, lame e rose, stanno lì nascosti, senza che noi lo sappiamo. E ci affollano. Il pensiero li chiude nel corpo e ce ne dimentichiamo, portandoli sempre con noi. “Un orecchio al mare!” E subito onde, risacca, ciaf ciaf della schiuma, conchiglie che sbattono, pesci che nuotano, i miei passi sulla sabbia, tutti i suoni li raccolgo nel mio orecchio, goccioline sulla pelle, profumo di sale, sono mare, mare dentro di me, mare nella mia testa, mare il mio corpo.
“Scaricare i ricordi”! Il pugno nello stomaco diventa pianto in gola che diventa valanga. Dal mio orecchio sinistro iniziano a sgorgare ricordi, non so come, semplicemente cadono giù. Si liberano. Perché in fondo siamo fatti così, a un certo punto le cose cambiano. O forse, a un certo punto sei tu che cambi le cose. A un certo punto torni in te, ti svegli, e capisci che non sei il tuo pensiero, tu non sei tutte quelle frasi che ti rimbombano nella testa, ma sei molto di più. Torni in te, ti svegli e capisci che tu sei il continuo fluire del tuo corpo, tutte le cose che senti, sulla tua pelle, che porti negli occhi e nel cuore, dentro il tuo stomaco. Quella sono la vera Io, la mia essenza. Quel sentire che nasce e cresce nascosto nel corpo, e che il mio pensiero cerca di ordinare, sagomare, addomesticare. Mi sgancio dal pensiero, entro nel mio corpo ed escono i ricordi. Mi libero. Orecchio al mare!
Scaricare i ricordi! E in questo respiro di mare e di ricordi si ammorbidisce la mia forma, le linee di me diventano sbavature, aperte, e si mischiano con quelle degli altri. Ognuno il suo mare, ognuno i suoi ricordi, ma tutti pezzi di corpo fatti di sensazioni ed emozioni. Mi lascio andare allo scorrere degli eventi, in un flusso che mi dà libertà lontana dal pensiero, libera di sentire, di essere corpo, terra, mare, fuoco, aria, io, tu, noi tutti. Sono. Pura Vita.

Marta Santuccio

L’odore l’attesa
il silenzio poco prima di un applauso
il divertimento “la dimenticanza” il gioco
l’emozione
tutti uguali tutti diversi
ognuno in uno spazio in un racconto
dentro un tempo un’età una possibilità
ognuno è l’altro e l’altro è ognuno.
Con amore sempre.

Manuela Partanni

Nota dell'editore
È, questo documento, a uso di chi ha partecipato e di quanti vorranno porlo sul piatto della propria bilancia a fare da contrappeso a un tempo gravido di ansia e sconforto, o a ulteriore supporto di prudente ottimismo. Le foto testimoniano, a futura memoria, di essere stati tutti Bene, oltre che bravi. Grazie.

Piero Ristagno