Nota dell’editore
Da viaggiatore a viaggiatore, fuori dal percorso turistico delle vestigia greco-romane e poi bizantine e poi ara bo-normanne e poi e poi.
Qualche millennio prima, e ancora prima, c’era la terra. E tutto era incerto, poco rassicurante, la vita umana era un miracolo di sopravvivenza sempre a rischio di catastrofi e fame. Si sopravviveva insieme, sommando il sapere di uno a quello di un altro, barattando frumento con uova olio ricotta formaggio. Si sopravviveva in quanto comunità. Niente di pacifico e idilliaco, tutt’altro. Ancora meno pacifico se si considera quanto accadeva all’interno della suddetta comunità umana. Di terra e di vita umana parliamo, di sangue troppo spesso versato come cattivo, non necessario, fertilizzante.
Le coordinate di questo viaggio sono le persone e, di tutta la terra, un lotto del CREA. Stefania Licciardello, poeta, ricercatrice al CREA da 28 anni, precaria da 28 anni. “Precaria” è, in questo libro, titolo onorifico e patente di corrispondenza alla stagionalità della terra. I suoi versi sono scrosci di parole su corpi e campi.
Eletta Massimino, fotografa, testa occhio e cuore in linea, e la sua decisa trasversale visione delle cose del mondo in relazione agli esseri umani. “Visione” che non può prescindere dalla dimensione poetica, metaforica, connaturata alla partecipazione silenziosa e appassionata alla vita.
Pippo Pappalardo, ogni incontro con lui è una lectio magistralis, prismatica e onnicomprensiva. A lui va il merito, uno fra i tanti, di avere catalizzato la composizione del libro sul Mito di Demetra. Libertinia è un gruppo di case e poche strade e poche persone che ci vivono, il borgo ignoto e ignorato, come tanti luoghi dentro la Sicilia ignota e ignorata. Al primo suono del nome ri-suonano possibili accostamenti ideali, storici, liberali. Ma è il nome del fondatore. Basta cercare su Google.
Piero Ristagno
La luce, gli odori, i suoni e i ricordi riemergono impetuosi osservando le toccanti immagini contenute in questo libro così come le sensazioni che la vibrante forza delle parole che le accompagnano generano nel nostro intimo sentimento. E’ Libertinia ad aver provocato questa esplosione di poesia che ci appassiona poiché rigenera le radici della nostra storia familiare che s’interseca emblematicamente con quella di una Sicilia a lungo dimenticata e sacrificata sull’altare di un distorto percorso di effimero progresso.
Il borgo di Libertinia sorge in un’area che fino alla fine del secolo XIX era quasi del tutto incolta o adibita a pascolo anche se testimonianze archeologiche identificate nei terreni adiacenti all’odierno borgo in contrada “Piano Tavola” nel 1946 da Guido Libertini, coadiuvato da un giovanissimo Vincenzo Tusa agli inizi della sua lunga carriera di archeologo, indiziano la presenza di un antico centro abitato a carattere rurale prospiciente la valle del Dittaino di epoca greca classica ed ellenistica (V – IV sec.a.C.) che, trovandosi sul pendio che guarda la valle del Dittaino evidentemente sfruttava i terreni che lambivano il fiume che, a differenza del resto del territorio arido e brullo, poteva godere della disponibilità delle acque del fiume.
Libertinia sorge a circa m 270 sul livello del mare nella zona più tipica del latifondo siciliano un tempo parzialmente incolto. Il borgo fu fondato negli anni 20 del secolo scorso per favorire lo sviluppo e la colonizzazione agricola in una zona collinare sul fianco destro della valle del fiume Dittaino, affluente del Simeto, ad una decina di chilometri a Ovest della fertile pianura di Catania. L’incombente massiccia mole dell’Etna si delinea all’orizzonte. Oggi poche dozzine di abitanti risiedono nel borgo che un tempo era molto più popolato grazie ad una produzione granaria di grande pregio e redditività che resiste faticosamente falcidiata da una crisi dell’agricoltura che perdura da decenni.
Questo compendio di immagini e sensazioni ci da la forze e la speranza di sognare un futuro non di sopravvivenza, ma di fervida rinascita di un angolo di Sicilia dove sarà ancora possibile vivere una dimensione umana scandita dai cicli del tempo demetriaco della natura.
Sebastiano Tusa
Assessore dei beni culturali e dell’identità siciliana
Libertinia è la scena – e il libro – laddove due anime, per nutrire le loro emozioni, legano liberamente le parole agli sguardi, le poesie alle immagini.
Lo storico borgo di fondazione, politicamente incistato sulle terre lambite dal corso del Dittaino, è l’odèon (e quindi l’ascolto, e quindi la visione), tessuto e narrato tra l’oro delle spighe pungenti e il suono aspro del vento che bacia il frumento maturo.
Un odèon dove ascoltare ancora le dichiarazioni, le confidenze, le confessioni di un amore che si fa povero per insegnare alla gemma un canto nuovo, che si fa puro nell’attesa del reciproco riconoscimento, che si fa sacro perchè ogni poesia d’amore è un dramma.
Cerere, intanto, ascolta, vede, danza e canta; raccoglie, invoca, si commuove, si nasconde.
Libertinia è il tempo di questi canti; è il tempo dei versi come il tempo delle immagini che, complementari, da lì provengono per raccogliere le inquietudini della storia.
Le immagini recupereranno la mimesis come un contatto nuovo, un nuovo desiderio di curare il mondo nella consapevolezza che finché c’è inquietudine c’è speranza.
Hanno compreso, infatti, che il tempo delle stagioni e dei sentimenti, del krònos come del kairòs, è solo un velo che occorre sollevare. Ma l’àion sarà ancora lì?
Dioniso, intanto, sogghigna.
Pippo Pappalardo
Cara Eletta,
La sublimazione della realtà agreste, operata dai testi sempre pregnanti di Pappalardo e le poesie penetranti di Stefania Licciardello, si integra in modo simbiotico alla tua narrazione per immagini.La mia lettura pone una riflessione sul libro essenzialmente riposta sul tuo linguaggio iconico, rivolta alla comprensione del senso che Tu hai composto con la narrazione per fotografie, senza aggiungere immagini alle tue immagini.
La prima foto, della stazione abbandonata, è il simulacro della realtà di Libertinia che stabilisce il fattore di scala storico del presente. Essa diventa la soglia antropologica dalla quale si anima la tua visione rivelatrice e salvifica di storie: di terra, di case, di spinte insopprimibili verso un respiro arioso di nuova vita che sa amare il lavoro e ogni frutto che la terra severa misteriosamente dona.
Vedo che Tu parli prevalentemente col linguaggio consapevole ed essenziale della “sineddoche” nelle sue due declinazioni: “il tutto per la parte” e “la parte per il tutto”. In questo modo la tua narrazione resta fermamente legata al tema, mostra i simboli dell’identità contadina e avvia nuovi processi simbolici rivelatori, con la tua protagonista che annuncia una nuova condizione sociale della donna.
Una donna in jeans, in uno scenario indifferente allo scorrere del tempo, che brandeggia la falce con uno spirito ribelle verso un segreto passato ancora presente, che scrive immersa nel campo di grano, che con portamento austero prende coscienza di una nuova libertà dell’essere in questa condizione sociale cristallizzata.Una donna che non si preoccupa di essere bella… ha tolto la maschera sessista preparata per la sua parte nella commedia del mondo. È Madre affettuosa, fiera e forte… e con lo stesso accudimento è contadina: si immerge nel campo; sente la terra premere sul suo corpo; apre le spighe e misura i chicchi di grano; sbroglia la paglia intrecciata dal vento; osserva ogni pianta del suo campo e la vita silenziosa che vi impera; infine tra le mani gioisce del raccolto.
Il maschio, colto nelle diverse età, ci appare prigioniero di un patriarcato disarmato.Il fanciullo è la speranza di un diverso futuro della Madre, e sospeso nel tempo… innocente cammina in un mondo arcaico che lo accoglie con i suoi silenziosi spazi e forti presenze.L’adulto è ingessato in una storia già scritta che non annuncia un futuro.
Il paesaggio è l’archetipo imprescindibile, dove pulsano le dinamiche intime e sociali da Te narrate.Il fascino della sua bellezza geometrica che chiama l’amore per l’armonia essenziale della forma, o la sua forza metaforica sprigionata quando il cielo si gonfia di nubi e il vento agitando il grano fa sentire il respiro dell’eterno. La tua immagine di donna è connaturale ad esso, e nello stesso mistero genera vita.
Silvano Bicocchi Nonantola, 29/09/2019
Direttore del Dipartimento Cultura della FIAF – Federazione italiana associazioni fotografiche
Riporto la mia lettura dell’opera fuori dall’opera, perché è lì che deve stare come voce di risposta ai messaggi accorati di questo libro denso di visioni, di sentimenti e di manifestazioni di vita vera di siciliani particolarmente sensibili e attenti alla loro terra.