UNA STORIA MAI ASCOLTATA

In questi scatti vive l’Incontro tra Eletta Massimino, un dipinto e un poeta.
Tutto è cominciato con un quadro, riproduzione minuziosa di un libro dischiuso con mozziconi di matite che sembrano uscirne fuori. 
La sorgente d’ispirazione di questo racconto fotografico sono le poesie di Roberto Roversi.


Ogni sguardo attraversa l’obiettivo e sembra entrare in quel quadro-libro attraverso le poesie di Roberto Roversi: «Più le leggevo – spiega Eletta Massimino – più riversavo in quel dipinto significati e visioni nuove che man mano affioravano. Questo unico quadro in mio possesso, sentito e considerato vivo e libero di creare relazioni anche con elementi altri, è divenuto l’oggetto-simbolo per indagare e approfondire attraverso la fotografia le risonanze che le parole di Roversi avevano in me e ciò che le aveva provocate. Per Roberto Roversi il Libro non è inerte, è vivo, un interlocutore, un viaggiatore, un portatore di memoria. Così per me».

Questa progetto è stato concepito all’interno dell’Associazione Culturale Néon. L’autore del dipinto è Luciano Grasso. I versi sono stati liberamente estratti dalle poesie di Roberto Roversi contenute in “Libri e contro il tarlo inimico” (Ed. Pendragon). 

Egle Zapparrata

UNA STORIA MAI ASCOLTATA:
LA FOTOGRAFIA COME RIATTIVAZIONE DELL’OPERA
CHIARA TINNIRELLO

Le opere di Luciano Grasso e le foto di Eletta Massimino operano una meditazione figurale sulla grandezza dell’arte visiva e delle parole in un gioco di rimandi tra quadri, fotografie e versi – tutti ritratti attraverso l’obiettivo della macchina fotografica che si confronta con le parole di Roberto Roversi tratte da Libri e contro il tarlo inimico.
Una storia mai ascoltata è frutto dello sguardo unificante di Eletta Massimino, che fotografando le opere di Grasso avvia l’intersezione tra l’oggetto d’arte e i suoi compossibili che ne arricchiscono il significato, siano essi cose, paesaggi, elementi, versi. Questo accostamento che trasmuta trae consistenza di manifesto estetico (e poetico) nella fotografia come mezzo che duplicando riproduce e riaccende il senso che si lascia avvincere nella suggestione dell’innesto tra l’opera di Grasso (che mostra un libro aperto) e i luoghi che fungono da scena per una nuova opera nell’opera: la fotografia di Eletta Massimino.
A Una storia mai ascoltata si potrebbe assegnare la seguente epigrafe: Intersezione, produzione e differenza del medesimo. Uno è infatti il perno intorno al quale ruota l’ispirazione artistica del volume, un quadro di Luciano Grasso, molteplici invece le realizzazioni di quell’unico elemento esibite nelle immagini fotografiche di Eletta Massimino. A corredo – quale ispirazione genealogica – si possono leggere i versi di Roberto Roversi tratti dalla raccolta Libri e contro il tarlo inimico. Non sfuggirà agli estimatori di Roversi quanto il poeta amasse la cosa-libro, tanto da dedicargli con devozione la sua vita di poeta, scrittore, editore e libraio; tuttavia non è intorno al fulcro didascalico del libro come oggetto che il lavoro qui presentato si accende. Di fatto il quadro di Grasso si potenzia ad ogni scatto di Massimino acquisendo organicità e vita nuova. A questa raffigurazione, già di per sé potente, si aggiungono i versi di Roberto Roversi a loro volta dedicati allo stesso tema, la cosa-libro quale ente metafisico e non meramente oggettuale e alle sue molteplici metamorfosi che ne intaccano la sostanza rappresentate dal tarlo e dai suoi ‘buchi’ nella carta.
Eletta con devozione iterativa ha inserito l’opera di Grasso nei più vari paesaggi (non solo naturalistici), spesso località emblematiche, quasi topoi della terra siciliana che li ospita. Queste lande non incorniciano l’opera di Grasso, che anzi viene spinta all’apertura, a sfondare la tela per aprirsi al fuori (che ci ricorda anche il tarlo di Roversi e la sua opera di cesellatura delle pagine). Ciò che sta intorno all’opera di Grasso ri-rappresentata da Eletta non esiste come un semplice contorno ma evoca delle forze agenti capaci di spostare l’opera dalla sua postazione museale a ‘cosa viva’ che muta, parla, interagisce per diventare ancora cosa all’ennesima potenza, opera d’arte.
Eletta ha potuto concepire un lavoro di questo tipo poiché, tra le altre cose, possiede l’arte dello sguardo che unifica e accoglie senza intermediazioni logiche ciò che incontra – lo potremmo definire uno sguardo poetante. Attraverso questo, il quadro di Grasso ispira di volta in volta la scelta dello spazio fisico e della luce che lo abita; la località nella quale il quadro si inserisce è inoltre vista a sua volta come una voce in grado di suggerire un accostamento, un momento opportuno e infine lo scatto. L’unità dello sguardo, la devozione di Eletta alle ‘cose’, alle ‘opere’ e al loro
intersecarsi, identificarsi per poi ripetersi e differenziarsi produce una fotografia sognante nel quale le forme si presentano in purezza.
Ciò che questo libro a quattro mani evoca (sei addirittura, se consideriamo la presenza di Roversi), è l’ardore delle immagini nella loro nuda e fulgida presenza che si impone da sé senza bisogno di ardire spiegazioni o commenti. Si osservino a tale proposito le due forme speculari del libro in fiamme di Eletta al quale fa eco lo stesso volume, adesso incenerito, di Grasso. L’opera che brucia e incenerisce vige quale effigie immobile di un processo alchemico. Il fuoco e la cenere, il libro in fiamme e il libro che incenerisce si riattivano sempre a vicenda come il quadro e le foto, l’opera di Grasso e le foto di Massimino, esattamente come succede alle pagine dei libri e al tarlo nelle poesie di Roversi. Il gioco di specchi incide la perfezione conchiusa del libro che mai può arrestare il suo ardere senza – per ciò stesso – riattivarsi in aurei, iterativi richiami.
A sugello di questo anulus aeternitatis si pongono i versi di Roberto Roversi. Questi ultimi, a differenza del gioco speculare di quadro e fotografie si ergono quali morbido balsamo per gli ardori dello sguardo. I versi sono qui orli che accarezzano le immagini e le vivificano senza mai distrarne il senso. Quasi a giustapporsi ma mai in maniera granitica, le parole di Roversi sono una preghiera alle cose, alla loro potenza e alla forza delle parole che si donano, si scelgono fluide, traducibili come ponti da un senso all’altro, da un fenomeno all’altro.
Il libro è una dedica ex poeticis alla grandezza di Roversi evocato e realizzato nell’oro dell’incontro tra gli autori e le loro immagini con le parole del poeta: «e ti racconterò una storia mai ascoltata / con parole d’oro / che durano una giornata. / O una vita».

Apriamo queste pagine, risaliamo la corrente aurea del colloquio ininterrotto tra forme.

Inseguendo il tarlo

Silvano Bicocchi

 

Il racconto fotografico Una storia mai ascoltata si ispira a un sentimento particolarissimo che Roberto Roversi, poeta e libraio antiquario, ha maturato verso il libro nel vivere quotidianamente a contatto di libri usati, sui quali sapeva leggere i segni del vissuto che i lettori avevano lasciato sulle copertine e tra le pagine.

Un sentimento che Roversi ha maturato nei decenni di lavoro in cui la ricerca dei libri d’epoca, la loro cura conservativa e la passione nel promuoverne la diffusione, gli ha mostrato l’oggetto libro nella luce particolare di un viaggiatore strano che, nel passare tra le mani dei lettori assume il ruolo di interlocutore passivo, a fianco e dentro al vissuto di chi lo legge, nel patire i segni dell’usura, delle intrusioni e del  tarlo, che nel suo silenzioso lavoro devastante vede con angoscia, come un assassino di parole.   

Il processo creativo di Eletta Massimino si accende nutrendosi delle poesie di Roversi e matura l’ideazione di una finzione con lo scopo di rappresentare l’ampio complesso di vivide emozioni personali provate nel portare nel proprio vissuto un oggetto inanimato come un libro.

Ogni atto artistico trova il linguaggio atto all’espressione del sentito nell’ideare un artificio che consenta di spostare il piano simbolico della rappresentazione del reale in immagini concrete che parlano del sentito nel proprio mondo interiore. Per l’autrice l’atto decisivo è stato scegliere come soggetto del suo narrare un quadro, di particolare efficacia espressiva, rappresentante un libro semiaperto dal quale sembrano dinamicamente uscire matite consumate, segni di una lettura appassionata e profusa lungamente senza risparmio.

Il quadro diventa per Lei il simbolo universale del libro e per rivivere il sentimento del poeta, per il periodo di elaborazione dell’opera, lo tiene sempre con Sé nell’intimo del proprio vissuto. Il dipinto già interpreta il complesso di sentimenti provati da Roversi, ma nelle fotografie esso ci appare trasfigurato nell’essere posto in relazione con diversi contesti che cambiano il suo senso.

Esso diventa così l’artificio di un’operazione artistica con la quale la fotografa, mossa dai versi del poeta, reinterpreta e dilata il senso originario del quadro creando immagini sorprendenti che toccano un’ampia gamma di estetiche: dalla bellezza di un campo di fiori, al sublime di un mare tempestoso.

Ora dinanzi all’opera ci sentiamo portati, dalla sequenza delle fotografie, nell’intrigante percorso di elaborazione intima condotto dall’autrice che, ispirata dalle parole del poeta, l’ha portata a creare, una dopo l’altra, le scene e l’energico tratto rivelatore che ne anima la trama.

La sequenza dei significanti si presenta con una coerente struttura concettuale, costituita da una poesia di Roversi con a fianco una fotografia che la interpreta, che dà vita a un seducente complesso di declinazioni poetiche.

Il quadro ci appare ambientato in scene con la luce fendente arcaici angoli bui, o con le prospettive vertiginose verso l’alto di cieli neri, che ci immergono in un’atmosfera metafisica dal tempo sospeso portandoci a contatto del mistero del sapere che i libri custodiscono e dispensano.

Lo sfondo scompare nel campo di ripresa stretto tra le pagine socchiuse del dipinto e l’immagine fotografica diventa sinestetica e parla ai nostri sensi. Ora ci narra di vive mani che sembrano penetrare tra le pagine, di ombre dinamiche di figure immerse nelle trame del vissuto e di presenze fugaci raccolte nel flusso tonale del mosso.

Il reale ora si allontana dalla nostra percezione e diventa il proprio simulacro col linguaggio fluido dello sfuocato. Ora siamo immessi nello spazio dell’angosciosa insidia del fuoco e dello smarrimento.

L’opera ci parla attraverso le cose, i segni e i simboli e le forti atmosfere emozionali che Eletta Massimino, con un Bianco Nero vigoroso, ha posto in relazione nelle sue immagini. Esse riescono a coinvolgere il nostro animo in apparizioni frammentarie di una storia che si apre verso numerose proiezioni di senso ma che di certo trova in Lei una unica rivelazione di Sé.

A MARGINE DEL LAVORO DI UN PITTORE

CHE IN COMPAGNIA DI UN’AMICA FOTOGRAFA INCONTRA UN POETA

 

AURELIO CANTONE

 

Un pittore che «cerca la bellezza nella quotidianità ordinaria», così si definisce Luciano Grasso. Dietro l’apparente semplicità, questa definizione si nasconde il difficile compito di una sfida complessa ed errabonda in un mondo in cui l’immagine dominante (imposta dai vecchi e nuovi mezzi di comunicazione e socializzazione) tende ad escludere la ricerca e la riflessione, consumandosi «in tempo reale» e senza possibilità di correzione.

Al contrario, Luciano cerca valori duraturi (la bellezza) – e per far ciò si concede il giusto tempo per trovarli – proponendo oggetti, ambienti e luci fissati in un momento di sospensione tra l’azione appena accaduta e quella che sta per accadere.

Come un’impronta è la traccia del passaggio di qualcuno, un’ombra è la traccia di luce che dura solo un attimo, ma nelle sue opere, luce ed ombra sospendono il loro mutare per lasciare il tempo all’osservazione, per dare la possibilità di riconoscere (conoscere di nuovo) tali oggetti, per ricordare (portare al cuore) quando e come chi li osserva li ha usati, per intuire (vedere dentro) chi e perché ha posato proprio lì quegli oggetti. Per costruire la sceneggiatura di un film di cui il quadro è un fermo-immagine (i nativi digitali direbbero screenshot).

In ogni suo dipinto, pur non apparendo, c’è sempre una figura umana: se ci si ferma di fronte un attimo in più si avverte il fruscio dei movimenti della donna o dell’uomo, appena usciti dalla scena del quadro. C’è sempre, pur celato dagli attrattivi particolati, il ragionamento che ha portato alla scelta di quegli oggetti e di quella posizione di quella luce.

Ogni opera è un’occasione per interpretare, nascoste dietro la loro immagine qui restituita esattamente, le ragioni profonde degli oggetti, della luce, delle trame dei tessuti e delle relazioni che si innescano nello spazio. Un’occasione per segnalare la presenza di altri significati.

Più Luciano si avvicina alla verità figurativa (se mai possa esistere), più ci porta ad allontanarci dal significato quotidiano degli oggetti, a indagare le intrinseche caratteristiche e le memorie stratificate su di essi, più ci porta a fare nuove connessioni.

Nelle successive opere, la ricerca di Luciano si fa precisa e densa. Non privilegia più la connessione tra gli oggetti, o tra questi e lo spazio-contesto o tra questi e l’azione che l’immagine fa presupporre. Non è più la quotidianità – resa epica, appunto, dal fermo-immagine e dal taglio della luce – a caratterizzare le composizioni e a consentire il racconto accurato contenuto nei tanti dettagli.

L’interesse si focalizza su un singolo oggetto, isolato per essere meglio precisato. La rappresentazione fuori scala permette l’indagine ‘scientifica’: forma, geometria, materia, rapporti dimensionali, assenza di contesto, taglio della luce sono finalizzati a trovare e presentare l’essenza dell’oggetto, potremmo dire l’etimo. Quasi una ricerca ‘etimologica’.

Se oggi le parole, ed anche le immagini, vengono sovente strumentalizzate non per presentare i fatti ma per farne una narrazione conformata al particolare obiettivo, spesso non palese, del narratore, l’atteggiamento ‘etimologico’ si propone di cercare punti fermi perché il linguaggio sia luogo condiviso e non babele, perché sia consapevolezza (appunto: con sapere).

Così in queste opere, gli oggetti in primo ed esclusivo piano diventano strumenti di riflessione che indagano la loro natura fatta anche di quanto su essi si è stratificato, che viene non rappresentata ma presentata, cosicché l’osservatore possa partecipare alla sua definizione riconoscendone etimo e stratificazioni. Sono punti di memoria, della memoria altrui e propria.

Nelle opere qui mostrate Luciano concentra il suo indagare/presentare sulle/le vicissitudini di un solo oggetto, il libro, utilizzando i versi del poeta-libraio-bibliofilo Roversi di Libri e contro il tarlo inimico come strumenti per l’indagine.

E così ci avverte che i fogli stropicciati del libro, i mozziconi ed i trucioli delle matite usate per immergersi in esso, fanno del libro luogo di apprendimento e luogo di confusione.

Che le rigide copertine marmorizzate possono contenere anche favole, talvolta racconti fantastici,

 

talaltra distrazioni di massa rese attrattive dai caratteri in oro che sul dorso le annunciano: troppe volte i sapienti si inchinarono ai potenti sorridendo.

Che è difficile da domare, anche i libri bruciati anneriti dal fuoco.

Che i libri con odore di sacrestia possono essere soffocati dalla stessa stola. Che i libri parlano evolano come farfalle impaurite.

Che il libro, ostello per il tarlo ubiquo, è esaltato dalla vittoria sopra il tarlo killer mistificatore. Che all’aiuto chiesto dal libro caduto che a terra non vuole restare inchiodato, sempre due mani andranno in suo soccorso.

I pennelli di Luciano Grasso mescolano ai colori i versi di Roberto Roversi. Così le immagini diventano – non sembri un paradosso – astratte: il libro ritratto, pur mantenendo la esatta rappresentazione dei suoi caratteri fisici, non presenta più sé stesso ma diventa la visione di uno dei tanti mondi fantastici che in esso il lettore trova, diventa sentita trasposizione dei versi generosi.

D’altronde lo stesso Roversi ha detto che «i libri non devono restare immobili […]. Devono girare, passare per mani diverse, amori e umori che cambiano, una vita che continua. […] È un rapporto fra donne, uomini che continua. Sapere, gioia, parole, condivisioni». È questo che Luciano ha inteso fare: i suoi libri sono passati nelle mani (nei versi) di Roversi, e passeranno nelle mani (nel sentire) di chi guarda i suoi quadri.

In questa occasione le opere dei tre autori – perché Roversi non è un convitato di pietra, ma uno dei tre – si rincorrono. Come in un gioco di rimandi i libri dei versi di quest’ultimo suggestionano i libri di Luciano che le opere di Eletta trasfigurano in immaginifici paesaggi, e i versi di Roversi, diventati compagni dell’opera di Eletta, suggestionano i libri di Luciano che… E il gioco dei rimandi diventa ellittico: a volte la distanza è vicina, a volte si tiene lontana.

Testi foto e pitture (tecniche e linguaggi diversi) trasmigrano così in versi di un’unica straordinaria poesia. Una poesia che, ho l’impressione, avrebbe incuriosito Roversi.

QUELLO CHE SO DI ROBERTO ROVERSI

FEDERICO RISTAGNO

Penso di sapere tre cose di Roversi. La prima è che è stato un maestro di poesia, tanto sul piano formale, dimostrando che lo sperimentalismo può armonizzarsi con la durezza dell’impegno civile, quanto sul piano spirituale della pratica poetica, ricordando a chi lo ha letto o ascoltato che, a patto di avere veramente qualcosa da dire, è non solo giusto ma necessario scrivere versi, con la consapevolezza che questi possono attivamente contribuire al progresso politico e sociale dell’umanità.

Come accade a tutti i bravi maestri, durante la sua vita Roversi ha attirato intorno a sé e ispirato un nutrito gruppo di allievi (giovani e meno giovani), ai quali si sono sommati nel tempo alcuni illustri estimatori e diversi amici intellettuali. Dovrebbe quindi esserci da qualche parte negli anfratti della nostra letteratura contemporanea una linea roversiana, se non altro un indirizzo riconducibile all’opera del poeta bolognese. Sento di poter dire che così non è. Gli insegnamenti di Roversi, il prezioso influsso che egli ha esercitato su coloro che gli sono stati accanto (fisicamente ma soprattutto ideologicamente) danno vita a un insieme eterogeneo di poeti, accomunati dalla fiducia nei libri e nella parola, nella cultura come strumento di azione sociale. Nessun epigono, dunque, nessun poeta roversiano, bensì persone che hanno incontrato, conosciuto, letto Roversi.

Ritengo che la ragione di ciò la si possa trovare in una lettera di uno degli amici intellettuali sopramenzionati, Vittorio Sereni, che nel 25 maggio 1967 scrive lapidariamente: «Roversi comincia là dove io finisco». Proviamo a scavare più a fondo e a generalizzare: avvicinarsi a Roversi, più che una parziale o totale assimilazione del suo linguaggio o del suo atteggiamento, comporta il confronto con essi e l’individuazione dei propri limiti, quindi, inevitabilmente, delle proprie possbilità. Sono quindi due le tensioni poetiche che si verificano, una verso Roversi e una verso sé stessi, e il sottile equilibrio che ne deriva è il punto d’inizio di una poesia che è frutto di un incontro, di un dialogo.

Insomma, la relazione con il poeta bolognese in veste di maestro (interiorizzato e idealizzato) non è asimmetrica, e, pur considerando come ciò sia anche merito di Sereni o dei vari poeti-allievi, non si può non tener conto di quanto il comportamento di Roversi deve essere stato importante per la costruzione di questo tipo di relazioni. Possiamo così delineare una figura ben diversa dal celebre

«monaco pazzo» pasoliniano: un uomo pronto a dedicarsi allo stesso modo alla letteratura e agli altri, alla scrittura e alla partecipazione sociale concreta; un uomo in grado di ascoltare, capire, ispirare le persone intorno a sé, certo della necessità di condividere il proprio tempo con quello altrui. Non un’autorità da venerare, non l’intellettuale serioso che denuncia i mali del mondo o profetizza, ma un poeta con cui parlare. Non dovrà stupire, allora, che dalla poesia di Roversi non sia nata una scia di seguaci; al posto della quale troviamo, invece, un gruppo di persone che custodiscono fieramente i loro personali ricordi di lui, per agire meglio nel presente e mantenere vivo quell’impegno verso il quale egli ha sempre orientato il suo operato.

La seconda cosa che so di Roversi è che è stato un rivoluzionario. L’esperienza della Resistenza per lui non si è mai conclusa, così ha continuato a lottare per tutta la vita, con i suoi mezzi, contro l’oppressione, le ingiustizie e la violenza perpetrate da chi aveva potere, con l’obiettivo di cambiare radicalmente quel sistema politico e sociale che permetteva tali atti disumani. Che poi ciò non sia

 

accaduto poco importa, credo che Roversi non lottasse per vincere, ma perché riteneva necessario farlo. Egli ha sempre avuto grande lucidità nel comprendere come il mondo stesse andando verso la direzione sbagliata, sin da quando con l’avvento del benessere generato dal miracolo economico sono caduti nell’oblio il dolore della guerra e gli sforzi e le idee dei partigiani. Non si è però per questo arreso, ha sempre voluto la rivoluzione e cercato di farla, aggiornandosi ideologicamente (senza venir meno a determinati prinicipi) e rifiutando i compromessi che la maggior parte degli intellettuali ha man mano accettato. Risulta chiaro, dunque, come rispondere a questa solenne domanda posta da Fortini nel ’65, in un suo intervento su “Paragone”: «è fede poetica di Roversi che le grida ostinate pieghino le leggi del Cielo?» Certo che sì. E si dovrà aggiungere che queste «grida» sono intrise di patriottismo. Non quello in nome del quale l’Italia di oggi disprezza gli altri popoli, che è la maschera di un infimo nazionalismo, bensì il patriottismo di chi ama e rispetta la propria terra e chi la lavora, di chi pensa alla patria come simbolo di unione e solidarietà, senza mai dimenticare le crudeli vicende storiche grazie alle quali tale simbolo è nato.

La terza e ultima cosa che so di Roversi è che forse tutte queste mie affermazioni su di lui non sono propriamente vere. Forse sono anche frutto dell’idealizzazione di un ragazzo che a vent’anni, durante quei mesi di solitudine in cui la città si desertificava, si è appassionato alle sue opere, ha ascoltato con gioia i racconti del padre su di esse e sul loro autore, e ha scoperto nella libreria di casa un vecchio ciclostilato e una lettera. Forse sono solo il risultato delle risposte e delle domande che il ragazzo ha trovato in queste opere, nella musica degli Stadio e di Dalla, nei ricordi di Bologna, e delle parole che altri hanno scritto o detto per spiegare Roversi, e che probabilmente sono state fraintese, non ben contestualizzate, ingigantite. Ma, forse, è giusto che sia così.

Forse viviamo in un cielo
di libri come dici tu
Come dici tu le parole si muovono
dentro i libri
colorano d’azzurro le nuvole
o piovono imitando la luce
I giorni polverosi scompaiono
I fiori marciscono non le parole
Non marciscono le travature d’aria
Non marcisce il cielo

Piero Ristagno

Libro che sfoglio tra le dita
[…] sopravvissuto ai secoli più duri
non lasciarti sopraffare non piegare il capo
servo non diventare.
Fischia la tua canzone.

[…] la memoria non si cancella
la storia delle cose incombe ancora
con l’elenco dei nomi
e di fatti accaduti, delle piccole glorie
delle sconfitte terribili.

Fra le biblioteche immaginate
[…] come fosse un presepio di fogli
[…] voci mormorano parole che non si spengono
la sala foresta è un musicale eco.

[…] Sprofondare in un libro
per essere liberi,
Ricavo dalle carte il delirio del sole.
Sottraggo alla pagina la voce delle parole,
le parole perdute.

[…] e ti racconterò una storia mai ascoltata
con parole d’oro
che durano una giornata.
O una vita.