di Chiara Tinnirello
Filottete di Sofocle rappresenta una declinazione singolare della tragedia classica innanzitutto per la collocazione extra muros dell’opera in un luogo romito, lontano dalla città. Il giovane eroe, ferito da un serpente velenoso e poi abbandonato dai compagni nella remota Lemno su ordine di Ulisse, ha perso tutto ed è rimasto solo sull’isola a patire sofferenze indicibili per via della piaga al polpaccio che gli procura tremende sofferenze ed esala tremendi miasmi. Adesso la profezia di un celebre indovino lo richiama al centro della storia poiché l’unica cosa che gli è rimasta, il suo prezioso arco donatogli da Eracle, potrà valere la vittoria greca a Troia. La tragedia di Sofocle si apre con Odisseo e il figlio di Achille, Neottolemo, che sbarcano a Lemno con il compito di riportare Filottete sul campo di battaglia e, soprattutto, di sottrargli la preziosa arma con ogni mezzo.




La regista di NèonTeatro Monica Felloni affronta questa vicenda scarna mettendo al centro i corpi degli attori, studenti del liceo classico Spedalieri di Catania, con i loro movimenti ritmati, patici. Lo spettacolo, nella messa in scena che stiamo evocando, si svolge nella cornice del Parco dei miti di Zafferana Etnea ove si respira la calata fuori dal tempo, nelle forme che sono paesaggio, racconto ma anche filo d’erba, pietre e luce.
Filottete in questa resa di Felloni della tragedia sofoclea è una giovane donna fasciata e claudicante accompagnata da un vigoroso Neottolemo e da un coro di divini kouroi e korai sfrontati e bellissimi. Nello spettacolo del Liceo Spedalieri il coro non rimane sullo sfondo della scena ma vive tutta la vicenda come un impresso che muta e trasforma la storia evocata. Tutti gli attori sono muniti di frecce e danzano, accostano i protagonisti rivivendone le movenze, le esitazioni, i dolori. La ferita di Filottete, la sua solitudine e il suo arco diventano facce della stessa vicenda, la declinano mimandola, cantandola, combattendo la pena della ferita con il talento dell’arco, la piaga della solitudine con l’incontro, gli spasmi del corpo purulento con la danza.









Sofocle, Filottete, regia di Monica Felloni, NèonTeatro; con gli alunni del Liceo Classico “Nicola Spedalieri” di Catania, Parco dei Miti, Zafferana Etnea, 14 Giugno 2025. Responsabile del progetto e rielaborazione del testo Prof.ssa Francesca de Santis; laboratorio di Teatro classico a cura di Associazione culturale Nèon, esperto primo modulo M. Partanni; elementi di scena S. Samperi; Dirigente scolastico Prof.ssa Vincenza Biagia Ciraldo, foto di scena E. Massimino.
Sulla scena assistiamo a una riconversione dell’esilio e del fallimento di Filottete in un’aurea promessa di apertura, di vittoria eudemonica attraverso l’incontro con l’altro, rappresentato dal giovane Neottolemo che l’eroe ferito riconosce immediatamente come figlio, compagno, paredro.
Sia Filottete che Neottolemo vivono il dilemma dell’autenticità e la promessa di un futuro corrispondente alla loro natura, esaltato in questa rappresentazione anche grazie alla traduzione della Prof.ssa De Santis. L’eroe ferito ha subito l’abbandono dei compagni e la diminuzione del proprio vigore ad opera della ferita del serpente, il figlio di Achille invece ha attirato a sé l’eroe di Lemno con l’inganno ordito da Odisseo- è proprio Neottolemo a dichiarare l’antinomia che entrambi per diverse ragioni stanno vivendo quando Sofocle gli fa dire: Tutto è fastidio, tutto è disagio quando tradisci la tua natura.
Lo spettacolo di NèonTeatro restituisce la specularità del talento e della ferita di Filottete (che il dio Asclepio potrà guarire dopo il suo rientro tra le fila dei greci a Troia, come promessa di restitutio ad integrum secondo l’antico principio del contravveleno).
I giovani attori rendono al meglio la promessa di guarigione configurata come emozione timotica, qui rappresentata dalle frecce dell’unico arco capace di restituire la traiettoria del vero combattimento: la partita con se stessi per trovare la propria sostanza e centrare il bersaglio della propria natura. Filottete ferito è artefice del proprio ritorno alla salute. La circolarità del suo arco infallibile segna il rimpatrio alla propria perfezione quale percorso compiuto, tuttavia sempre aperto, di lotta per il proprio thymos, l’emozione che è al contempo anima, attività, motivazione, incontro e compimento incarnato miticamente dai giovani attori.
Fonte | Sofocle, Filottete, regia di Monica Felloni – Gli Stati Generali